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12. Le scuole minori

Benché la più celebre, Bologna non è l’unica scuola attiva in questo periodo: soprattutto grazie allo sviluppo del diritto canonico, l’interesse per gli studi romanistici si estende anche oltralpe. Ad Oxford insegna Vacario, in Provenza - in particolare a Montpellier, dove insegnano Rogerio e Piacentino – fiorisce una scuola importante. Quivi l’interesse per il diritto si mescola con quello per la grammatica, dove i giuristi curano l’eleganza stilistica e si cimentano addirittura come poeti. Rogerio scrive due brevi commenti al Codice e alle Istituzioni[1]

Incerta è la paternità delle Quaestiones de iuris subtilitatibus, comunque composte in Italia. L’opera si apre con un proemio retoricamente sontuoso, contestualizzato in un templum iustiatiae abitato dalla Giustizia e dalle sue figlie (religio, pietas, gratia, vindicatio, observantia, veritas). L’opera tratta inizialmente del rapporto tra diritto naturale, civile e delle genti; si lancia poi in una violenta invettiva contro gli Editti longobardi e il Capitolare italico, considerati un’accozzaglia di norme obsolote e redatte senza alcuna scienza, reclamando il ritorno al diritto romano; d’altra parte, se l’Impero è unitario, tale deve anche essere il sistema normativo che lo sorregge.

Anche la Chiesa è caratterizzata da un certo antigermanesimo: in particolare contesta la composizione pecuniaria e il sistema probatorio fondato sul duello e sul giuramento.  Sotto la sua influenza, si tende a tornare al processo romano; la materia processualistica attira così l’interesse delle scuole minori[2], ma anche di Bologna, dove Bulgaro scrive un trattatello e Anselmo dall’Orto lo Iuris civilis instrumentum; in questi studi si evidenzia Mantova, dove Giovanni Bassiano compone una trilogia sulle azioni[3].  Mantova, Piacenza e Pavia sono centri di studi longobardistici, con produzioni di summae, glosse e piccoli trattati. A Modena Pillio scrive la summa Cum essem Mutine, raccolta di quaestiones sulla fase preparatoria della lite.

La scuola provenzale si cimenta nelle summae (che saranno adottate anche da Bologna), in particolare del Codice e delle Istituzioni, tra cui spicca la summa Institutionum di Piacentino. Questi insegna prima a Piacenza, poi a Montpellier e infine a Bologna. Forte è il suo legame con le arti liberali[4]. Il diritto è d’altra parte considerato un’appendice della retorica; solo agli inizi del Duecento Azzone rivendicherà l’autonomia del diritto e della scienza giuridica.


 

[1] Si tratta delle Enodationes quaestionum super Codice e delle Quaestiones super Institutis.

[2] Esempi ne sono il De natura actionum e il De actionum varietate, di cui è incerta la paternità, italiana o provenzale.

[3] La trilogia è formata dall’Ordo iudiciorum, dall’Arbor actionum e dalla Summa Quicumque vult.

[4] Celebre è il sermo di Piacentino nel quale egli raffigura l’Ignoranza come una bella giovane e la Scienza legale come una vecchia laida; Piacentino ama attingere anche da fonti greco-romane, ad esempio riprende la definizione aristotelica di virtù e quella platonica di giustizia.

 

 

 


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