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L'Islam nell'immaginario cristiano medievale

Gli Europei dell'Alto Medioevo avevano una concezione piuttosto fantasiosa e confusa della religione islamica: si trattava di una eresia, una mistificazione delle verità cristiane che il monaco Bahira era stato costretto a rilevare a Maometto; il Corano era stato portato al popolo sulle corna di un toro bianco; il profeta era un mago o, secondo una altra leggenda un cristiano apostata o addirittura un cardinale che avrebbe fondato una setta dopo la frustrazione delle sue speranze di essere eletto pontefice.

Successivamente la religione islamica diviene oggetto di uno studio più serio e approfondito, anche grazie alla traduzione in latino del Corano, ad opera dello studioso inglese Roberto di Ketton (1143).

Tuttavia, tra i cattolici permane una idea di disprezzo e ripugnanza verso i precetti musulmani, peraltro spesso travisati nei loro contenuti. Si esclude che il Corano possa essere utilizzato per avvalorare i Vangeli: troppo grande appare infatti la distanza tra i rispettivi insegnamenti.

Lo stesso Maometto è un ciarlatano, non un profeta. Nell'immaginario cristiano, egli è un mago, capace di stregonerie ma non di miracoli, dedito perlopiù ad orge e gozzoviglie. La lussuria, uno dei sette peccati capitali per la religione cristiana, sarebbe dai musulmani addirittura esaltata, sulla base della predicazione maomettana per la quale essa riceverebbe l'approvazione divina; sempre secondo questa approssimativa concezione, il paradiso in cui i musulmani credono sarebbe praticamente un peccaminoso bordello.

Nell'Inferno dantesco alcuni musulmani, come i filosofi Avicenna e Averroè e il prode Saladino sono collocati nel Limbo con gli altri che, pur non essendosi macchiati in vita di peccati e avendo condotto anzi una vita virtuosa, non sono ammessi in Paradiso perché non battezzati, come le grandi personalità del mondo greco-romano e gli stessi profeti ebraici. Da ciò traspare con tutta evidenza il riconoscimento dantesco degli indiscutibili meriti della civiltà islamica.

Dante non mostra invece nessuna pietà nei confronti di Maometto, che troviamo nella nona bolgia dell'Inferno, dove sono puniti i portatori di discordia.  Il profeta è orrendamente squarciato dal mento all'ano, sfondato come un botte, con le budella pendenti e visibili sino al "tristo sacco".

Inferno, canto XXVIII (vv 22-31)

Già veggia, per mezzul perdere o lulla,

com'io vidi un, così non si pertugia,

rotto dal mento infin dove si trulla

Tra le gambe pendevan le minugia;

la corata pareva e 'l tristo sacco

che merda fa di quel che si trangugia.

Mentre che tutto in lui veder m'attacco,

guardomi e con le man s'aperse il petto,

dicendo: "Or vedi com'io mi dilacco!

vedi come storpiato è Maometto! (...)"


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